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mercoledì 19 agosto 2015

Il Killer di Streghe

Questo racconto è rimasto sul mio computer per quasi due anni, perché non riuscivo a trovare il modo per proseguire la narrazione. Non avevo alcuna idea perciò un giorno ho deciso di metterlo su 20Lines nella speranza che qualcuno mi aiutasse a proseguirlo. Per questo motivo voglio ringraziare Eleonora, che con il suo aiuto mi ha permesso di continuare e terminare questo racconto. Qui sotto ho riportato le prima tre parti di questa storia. 
Come sempre vi auguro una piacevole lettura!!!

Il Killer di Streghe


Helena correva a perdifiato per le vie della città, sotto la pioggia che da giorni bagnava incessantemente la città. Era stanca, il respiro affannato, ma sapeva di non potersi fermare nemmeno un istante se voleva sperare di arrivare in tempo.
Milena, una giovane ragazza, che apparteneva da poco alla sua congrega, era in grave pericolo. Poteva percepire distintamente la sua presenza, ma non capiva bene in quale punto della città si trovasse. Stava setacciando velocemente i quartieri di quella zona cercando disperatamente la ragazza. Quando arrivò in un piccolo vicolo semibuio vide un’esile figura accasciata a terra.
Helena si avvicinò al corpo, voltandolo piano con la punta del piede. Il sangue gocciolava dal corpo inerme della giovane per poi riversarsi sull’asfalto, mentre il cuore, più flebile d’un leggerissimo battito d’ali, lentamente cessava di battere. La pioggia scrosciante lavava via il sangue che usciva ancora dallo squarcio che aveva nel petto.
Si accovacciò esitante, il mantello completamente zuppo incollato al corpo, cercando di verificare l’entità delle ferite della ragazza. Sbuffò per l’irritazione quando, controllatole il polso, s’accorse che il suo cuore ormai taceva del tutto.
«Maledizione!» - esclamò mentre una lacrima le scendeva lungo la guancia. Milena era la più piccola della congrega, non aveva nemmeno diciotto anni e tutti le erano particolarmente affezionati. Era una ragazza semplice e dolce e lei era arrivata troppo tardi per poter salvarle la vita. Era già la settima vittima in un mese. Qualcuno stava dando assiduamente la caccia ai membri della loro congrega: la Congrega delle Ombre, la più potente congrega mai esistita, temuta da ogni demone della Terra. 
Accarezzando il volto della piccola Milena le scostò dolcemente una ciocca di capelli biondi dal viso. Restò lì per altri due minuti, poi si alzò delicatamente e si diresse verso la parte settentrionale della periferia della città, nella parte più remota ed oscura della foresta che la circondava, dove si tenevano le riunioni dei membri più anziani della congrega. Sebbene avesse solo ventitré anni e fosse estremamente giovane per i loro canoni, era stata ammessa al Consiglio perché era molto dotata ed estremamente abile. Nessun’altro era in grado di manipolare gli elementi come lei. Sapeva far cose che gli altri nemmeno si sognavano. 

Era ormai notte fonda quando raggiunse la radura dov’erano già presenti i membri della congrega. Al suo arrivo si voltarono tutti, nessuno escluso, i volti pieni d’ansia e preoccupazione. Lei abbassò il cappuccio con la mano destra, il capo chino e gli occhi bassi. Dal fondo della radura si sentì un forte singhiozzo. Tati, il capo della congrega, si avvicinò e le mise una mano sulla spalla.
«Avrei potuto aiutarla, se solo fossi arrivata prima.» - disse Helena, la voce rotta dalla tristezza.
«Non avresti potuto far nulla, non torturarti con i sensi di colpa.» - la rassicurò Tati, dopo averle letto nella mente quello che aveva visto.
«Forse se…» - bisbigliò.
«Non è colpa tua.» - ripeté.
«Questo non mi fa sentire meglio.»
«Ora vieni, la riunione è cominciata ormai.»
Si unirono al resto del consiglio, seduto in circolo sui ceppi degli alberi. Alcuni discutevano animatamente sul problema, altri giuravano vendetta e urlavano contro coloro che volevano prender tempo per identificare l’assassino, mentre altri ancora, in silenzio, osservavano il terreno con le lacrime agli occhi. Fu proprio nel momento di maggior confusione che nella radura piovvero dardi infuocati che esplodevano al minimo contatto. Molti caddero senza aver nemmeno il tempo di reagire, altri vennero feriti mentre il resto innalzavano scudi e barriere difensive attorno a sé. Helena, sfuggita alla presa di Tati, si spostò verso il bordo della radura, tentando qualche incantesimo che ostacolasse qualcuno degli attentatori.​  

lunedì 17 agosto 2015

Cuore di Vampiro

Cuore di Vampiro
Ciò che amiamo ci rende migliori

Essere un vampiro nel XXI secolo è un vero e proprio inferno, e questo Tyler lo sapeva fin troppo bene. Nutrirsi in quest’epoca è veramente un’ardua impresa: quasi mai la gente cammina da sola di notte e la presenza di telecamere e testimoni ovunque di certo non aiuta.
Aveva ormai perso il conto delle volte in cui era stato etichettato come stupratore, ladro o assassino, quando l’unica cosa di cui aveva bisogno era un po’ di sangue per sopravvivere. Non aveva scelto questa vita. Era stato trasformato da un vampiro cinque mesi prima: un feroce assassino, che si era introdotto in casa sua con l’inganno, aveva ucciso sua moglie e si era divertito a condannarlo alla sua stessa oscura natura. Solo sua figlia era riuscita a salvarsi, poiché era rimasta a dormire a casa di un’amica. A soli cinque anni la piccola si era ritrovata da sola, senza alcun parente, ed era stata affidata ad un’altra famiglia, ma Tyler non aveva idea di dove si trovasse né voleva saperlo. Starle lontano era la cosa migliore per entrambi. Non si sarebbe mai perdonato se le avesse fatto del male.
La fame, in quel momento, tornò a farsi sentire. Tyler provò il solito senso di disgusto e ripugnanza verso sé stesso e ciò che era diventato. Si odiava profondamente, ma non riusciva a trovare una via d’uscita. La morte non era un’opzione contemplabile. Poteva solo continuare questa vita nel miglior modo possibile. Sempre che ne esistesse uno.
Per il momento si limitava a nutrirsi di criminali, che di certo non mancano mai, ma doveva pur sempre far attenzione a non essere visto. Era costretto a vivere nell’ombra, non solo perché era un vampiro, ma anche perché ingiustamente accusato dell’omicidio della moglie.
Tyler continuò a camminare per le vie buie della città finché la sete non fu predominante. Guardandosi attorno, vide che la finestra del terzo piano di una piccola palazzina lì vicino era socchiusa. Senza rendersene conto Tyler corse in quella direzione, si arrampicò fulmineo sulla grondaia e aprì la finestra senza fare alcun rumore. Seduto a cavalcioni sulla finestra, si leccava avidamente le labbra osservando la stanza. Non era una camera molto grande: c’era un piccolo lettino sulla destra, coperto da una trapunta bianca e rosa. Una bambina di quattro o cinque anni dormiva beatamente sotto le lenzuola. Tyler poteva vedere il suo corpicino alzarsi e abbassarsi al ritmo del suo respiro. Non poteva vedere il suo viso perché era girata dall’altra parte, ma poteva vedere la folta massa di ricci neri arruffati che spuntava dalle coperte.
Rimase immobile a fissarla, gli occhi sbarrati dal terrore e dall’angoscia. No, non poteva essere la sua piccola Charlotte, eppure la somiglianza bastò a fermarlo. La sete continuava a bruciargli la gola, ma resistette. ‘Non posso continuare così’, si disse scendendo dalla finestra e rimettendosi in cammino. Un’unica domanda gli martellava in testa e nel cuore: ‘E se fosse stata mia figlia?’
Il solo pensiero di poterle fare del male, ora o in un prossimo futuro in cui non sarebbe stato in grado di riconoscerla, gli attanagliava le viscere. Ogni padre desidera per i suoi figli solo il loro bene, e farebbe di tutto pur di tenere ogni male lontano da loro. E questo era proprio quello che Tyler voleva fare.  
A passi lenti uscì dalla città e si mise al riparo all’ombra di un piccolo boschetto, proprio mentre il sole stava iniziando a sorgere. Tyler si voltò in quella direzione, osservando il sole che illuminava lentamente le strade e i cui raggi si fermavano al limitare del boschetto. Ormai la sua decisione era presa. Un passo dopo l’altro uscì dall’ombra e subito la sua pelle iniziò a bruciare. Il dolore era lacerante, ma doveva resistere. Solo pochi istanti e avrebbe liberato il mondo da uno dei suoi tanti pericoli. Sua figlia sarebbe stata al sicuro, o, per lo meno, al sicuro da lui. Chiuse gli occhi sperando che quella sofferenza avesse presto fine.
All’improvviso Tyler si sentì scaraventare violentemente all’indietro. Aprì gli occhi e si accorse di essere finito su di un ammasso di cespugli all’ombra del boschetto, mentre la sua pelle coperta di bolle e bruciacchiature si stava lentamente rimarginando. Si alzò lentamente, gli occhi puntati verso una misteriosa figura di donna appoggiata a uno degli alberi che lo circondavano. Non riusciva a vederla chiaramente perché si era messa controluce e quindi non era in grado di distinguerne i lineamenti.
«Che diavolo credevi di fare?» domandò lei altamente seccata, avvicinandosi così che lui potesse vederla. Era una donna molto giovane, sulla ventina. Aveva gli occhi verdi e dei lunghi capelli castani legati da un foulard nero in una morbida treccia. Era completamente vestita di nero: una lunga canottiera che le arrivava ai fianchi e dei pantaloni di pelle che le aderivano perfettamente alle gambe.
«Niente che ti riguardi! Chi diavolo sei tu? Cosa vuoi da me?» rispose Tyler.
«Non è suicidandoti che salverai tua figlia» lo sorprese lei, guardandolo intensamente negli occhi.  
«Come fai a sapere che volevo togliermi la vita e tenere mia figlia al sicuro?» chiese Tyler inquieto, distogliendo lo sguardo.
«Beh… quello che stavi facendo era abbastanza ovvio, no?» sbottò strappandogli lo spettro di un sorriso.
«Come fai a sapere di mia figlia?»
«E’ un segreto.» e fece un passo indietro, distogliendo lo sguardo. Tyler cercò di afferrarle un braccio per ribattere, ma appena la sua mano si posò sulla sua pelle venne ricoperta dalle fiamme e fu costretto a ritrarla all’istante.
«Scusami.» mormorò dispiaciuta, tornando a guardarlo. «Mi hai presa alla sprovvista.»
«Come cavolo hai… voglio dire, come hai fatto?» e si guardò la mano che ritornò subito normale.
«Oh, e va bene. Sono una strega, contento?!» e si allontanò di qualche metro per sedersi su di un masso lì vicino, con il mento appoggiato sulle braccia incrociate sopra le ginocchia e gli occhi verdi che lo fissavano incuriositi.
«Dimostramelo.»
«Perché non l’ho appena fatto?» rispose imbronciata.
«Cos’altro sai fare? Chi sei tu?» insistette Tyler. Lei si alzò e muovendo appena la mano destra Tyler venne scagliato brutalmente una decina di metri indietro, dritto contro una grossa quercia.
«Sai, non sono in tanti quelli che hanno il coraggio di parlarmi così, e quei pazzi che ci hanno provato sono morti da un pezzo.» e si avvicinò a lui, gli tese la mano e l’aiutò a rimettersi in piedi. 
«Comunque sia mi chiamo Corinne e vado a caccia di demoni e vampiri. E tu sei fortunato caro Tyler. Mi stai simpatico.»
«Come sai il mio nome?»
«Leggo nel pensiero, tra le altre cose. Non lo faccio sempre, la trovo una cosa alquanto maleducata. Mi serve solo per proteggermi.»
«Ma se vai a caccia di vampiri perché non mi hai lasciato morire?»
«Mi hai incuriosito. Sei un vampiro particolarmente strano, molto… umano» e gli sfiorò il naso con la punta dell’indice e si voltò «Solitamente i vampiri passano le notti a caccia di prede e si rintanano appena spunta il sole. Invece tu eri lì fuori a lasciarti morire. Volevo scoprire perché.»
«E ora che l’hai scoperto? Mi ucciderai tu stessa?» domandò incrociando le braccia sul petto.
«Ucciderti? No, no, no, non ne ho nessuna intenzione. Anzi, volevo aiutarti» e lo fissò con uno sguardo divertito e sincero al tempo stesso. «Come? Beh, togliendoti la vita non salverai di certo tua figlia. Ci sono altri vampiri là fuori pronti ad uccidere chiunque desiderino. Noi possiamo fare la differenza. Così ci saranno meno pericoli e tua figlia potrà vivere una vita lunga e tranquilla.»
Tyler era estremamente incuriosito da Corinne. Era veramente una ragazza molto strana e, sebbene fosse una completa sconosciuta, si accorse che aveva ragione. La sua morte non sarebbe servita a nulla, non avrebbe reso il mondo un posto più sicuro. Esistevano moltissimi vampiri, e il loro numero era sempre in crescita. Forse poteva dar loro la caccia. Forse poteva fare la differenza.
«Certo che puoi fare la differenza.» esclamò Corinne sorridendo.
«Ti spiacerebbe uscire dalla mia testa?» fulminandola con lo sguardo.
«Sì, scusa. Non posso farne a meno. Ti ho appena incontrato, devo sapere se posso fidarmi. Allora ci stai?» e gli tese la mano destra. Tyler esitava, mentre il suo sguardo si spostava continuamente dalla sua mano al suo viso.
«Te l’ho detto, mi hai presa alla sprovvista prima. Non ti brucerò di nuovo. Promesso» chiarì Corinne imbarazzata. «Sono un’incendiaria. È nella mia natura dar fuoco alle cose. Per questo sono un ottimo cacciatore.»
Tyler strinse la sua mano e constatò che questa volta non bruciava.
«Cosa dovrei fare ora?»
«Vieni con me. Posso addestrarti a combattere gli altri vampiri e aiutarti a nutrirti senza uccidere persone innocenti.» e si avviò verso il folto del boschetto.
«Va bene, ci sto.» sorrise, pensando che in fondo quella strega gli piaceva, e si diresse nella sua direzione.
«Anche tu mi piaci, vampiro.» ridacchiò lei più avanti.
Tyler si bloccò imbarazzato. D’ora in poi avrebbe fatto meglio a stare attento a ciò che pensava.

mercoledì 12 agosto 2015

Bacio di Sangue

 
Isabelle emerse lentamente dal suo caldo e confortevole bozzolo di piume bianche. Il vento gelido le scuoteva le ali che ancora l’avvolgevano stretta. Aprì un occhio piano piano e allargò un pochino le ali, quel tanto che le bastava per sbirciare fuori. Il vento le sferzò il viso. ‘Troppo freddo’ – pensò rinchiudendosi in fretta in se stessa.
Era terribilmente stanca di quella continua fuga. Ogni notte doveva pensare solo a scappare da Lui, perché se l’avesse presa, per lei non ci sarebbe stata alcuna speranza di sopravvivenza.
Le sarebbe piaciuto rimanere lì, nell’oscurità e nel tepore che il suo guscio le offriva, ma il tramonto era vicino e presto Luchas avrebbe ricominciato la sua caccia.
Luchas. Un angelo come lei, dannato da una strega malvagia, costretto a nutrirsi solo del sangue e della carne delle sue povere vittime. Di giorno assomigliava all’angelo che era stato un tempo, i folti capelli neri che gli arrivavano appena sotto le orecchie, e quei suoi meravigliosi occhi grigi che ammaliavano chiunque e che le avevano rubato il cuore. Durante la notte, invece, il suo aspetto era ben diverso, simile a un demone infernale. La sua pelle si colorava d’un rosso fuoco, ed era tesa e resistente, mentre i capelli lasciavano il posto a due enormi corna d’ariete; sulle dita comparivano lunghi e pericolosi artigli e i denti divenivano più affilati di un rasoio, fedeli strumenti per lacerare la carne. Le sue ali perdevano tutte le piume, come un albero che perde le foglie con i primi venti autunnali, ricoprendosi di una spessa membrana, molto più simile a un pipistrello che a un delicato cigno. Il suo corpo, da esile e sinuoso, s’irrobustiva diventando possente e muscoloso. La cosa che più la spaventava erano i suoi occhi, profondi abissi color rosso sangue, senza iridi né pupille. Al solo pensiero un brivido di terrore scese lungo la schiena.
‘Per quanto tempo ancora’, si chiese, ‘sarebbe stata in grado di sfuggirgli?’
Finché non fosse riuscita a fargli perdere le sue tracce, nascondersi era completamente inutile. Poteva solo cercare di essere più veloce di lui. Era l’unico vantaggio che aveva: la velocità. La sua mole muscolosa e pesante, infatti, lo rendeva micidiale, ma anche più lento.
Isabelle spalancò le ali di scatto e aprì gli occhi. Il tramonto era ormai prossimo e doveva affrettarsi. Fece per alzarsi ma Luchas, giunto lì di soppiatto mentre lei rifletteva, le afferrò un braccio impedendole di muoversi.
“Resta con me. Non vorrai mica perderti questo bel tramonto così romantico e lo spettacolo che segue.” – disse con un sorriso spietato dipinto sul volto.
Il corpo di Isabelle s’irrigidì in risposta, senza che lei potesse dissimularlo. Luchas, che se ne era accorto, senza smettere di sorridere le lasciò andare il braccio dicendo: “Va pure. Riuscirò comunque a raggiungerti.”


Luchas rimase seduto a fissare il tramonto mentre con l’orecchio teso ascoltava Isabelle allontanarsi. Lei lo affascinava davvero molto. Non erano i suoi occhi verde chiaro o i lunghi capelli castani che le accarezzavano dolcemente la vita a incantarlo. Quello che lo attirava era il suo carattere, testardo e coraggioso. La inseguiva da più di un mese, e non era ancora riuscito a catturarla. Forse questa volta ci sarebbe riuscito. Doveva assolutamente bere il suo sangue. Solo il sangue di un angelo avrebbe potuto liberarlo.
La notte era ormai giunta quando un dolore lancinante gli attraversò tutto il corpo intensificandosi man mano che saliva lungo la schiena e arrivava alla base del capo. Luchas si contorse in preda agli spasmi urlando. La sua pelle si tese come un elastico e si strappò, cadendo a brandelli sul terreno, e rivelando al suo posto uno spesso strato di pelle rossastra. Non ci volle molto perché la trasformazione avesse fine e il suo corpo smettesse di contorcersi. Col passare del tempo il dolore non diminuiva. Ogni giorno il medesimo tormento per chissà quanto tempo ancora. Luchas tirò indietro la testa per tendere i nervi del collo, cercando di dimenticare ciò che era appena avvenuto.
Aprì lentamente gli occhi, si sciolse le spalle e scrutò la foresta intorno a sé. Il primo pensiero che riuscì a formulare fu che era terribilmente affamato. Da giorni ormai digiunava per poterla catturare e nutrirsi di lei, pensando che il desiderio di carne lo rendesse più forte. La fame era quasi incontrollabile, ma rendeva i suoi sensi ancora più vigili e acuti. Si voltò rapido nella direzione in cui l’aveva sentita fuggire. Il suo odore era inconfondibile, profumava di miele e orchidee. Si fiondò veloce fra gli alberi, seguendo la sua scia che zigzagava a destra e a sinistra, tornava indietro e poi continuava diritta.
Passarono ore prima che Luchas si rendesse conto che in realtà stava solo continuando a girare in tondo. Era un tranello ben architettato. Fermandosi un momento a riflettere si accorse che l’odore di Isabelle era molto forte perché vi era passata più di una volta per confondere la pista. Facendo molta attenzione, poteva sentire una piccola scia di profumo che saliva verso l’alto, e che prima, troppo affamato per rendersene conto, non era riuscito a percepire. Come un’idiota aveva seguito ciecamente la scia più forte senza nemmeno controllare se ve ne fossero altre. Luchas ringhiò schiumante di rabbia. Era caduto in quel tranello come un povero sciocco e questo lo faceva davvero infuriare. Non poteva sopportare di essere umiliato così.
Isabelle doveva aver disseminato il bosco di false tracce e poi aver spiccato il volo per allontanarsi il più possibile da lui, certa che il trucco avrebbe funzionato. Lo conosceva molto meglio di quanto lui avesse mai sospettato. Luchas annusò quella flebile scia. Con tutto quel vento sarebbe scomparsa in fretta. Si piegò sulle ginocchia e con una poderosa spinta saltò verso l’alto, muovendo rapidamente le ali per emergere da quella maledetta foresta.
Iniziò a disegnare un grande cerchio nel cielo, per cercare di trovare almeno una minima traccia. Fu per pura fortuna che dopo alcuni giri riuscì a individuare una leggerissima traccia del suo odore, trasportata dal vento che aveva appena cambiato direzione. Si lanciò immediatamente da quella parte, recuperando il tempo perduto sbattendo ripetutamente le grandi ali. La ragione era ormai accecata dalla tremenda fame e dal desiderio di carne. Dopo appena un’ora di volo riuscì a scorgere Isabelle che continuava stremata e imperterrita a volare, senza nemmeno accorgersi che si trovava a poche centinaia di metri da lei.
Un soffio di vento portò alle sue narici un profumo invitante che proveniva dal limitare della foresta, ben diverso da quello di Isabelle. Troppo affamato per sfuggire a quella tentazione e ormai senza alcun controllo, con un verso disumano si gettò in picchiata verso quel profumo delizioso. Sentiva già il dolce sapore del sangue in bocca. Quando la giovane donna lo vide arrivare, cercò di urlare più forte che poté, ma fu del tutto inutile. Luchas piombò su di lei come un animale inferocito, sfigurando e lacerando il suo corpo con i denti. Non fu molto ciò che rimase di lei.
Isabelle nel frattempo, dopo essersi voltata a quell’urlo straziato, continuò a volare fino a che la stanchezza le impedì di proseguire oltre. Ormai esausta e con il respiro mozzato, si nascose in una piccola grotta, su di una montagna molto lontana da dove si era rifugiata la notte precedente. Si sedette nel fondo della caverna, dove l’oscurità era più fitta, e richiuse le sue ali attorno al suo corpo, come se quel piccolo involucro di piume potesse proteggerla dalla minaccia che la perseguitava.
Era quasi l’alba, ma quel giorno i raggi del sole non sarebbero riusciti a penetrare quelle grosse nuvole nere. L’ultimo pensiero prima di addormentarsi fu che se avesse piovuto ogni traccia del suo passaggio sarebbe stata cancellata.


Erano passate poche ore quando Isabelle si svegliò di soprassalto, dopo che si era addormentata sul pavimento di quella grotta. Appena cercò di alzarsi in piedi ogni muscolo del suo corpo, protestò. Era riuscita a sfuggirgli solamente perché era stata fortunata. ‘Fortunata?!’ – pensò, mentre le si riempivano gli occhi di lacrime. Come poteva definirsi fortunata dopo che qualcun altro era stato ucciso al suo posto? Sapeva bene che non avrebbe potuto salvare quella donna, Luchas si era avidamente gettato sopra di lei, uccidendola all’istante. Non avrebbe potuto raggiungerli in tempo. Eppure si sentiva tremendamente in colpa. Quante altre persone sarebbero state uccise ancora? A quel pensiero il suo cuore si gonfiò di dolore.
Ripensò per un momento a quando la strega aveva maledetto Luchas perché questi aveva rifiutato e deriso il suo amore. Accecata dall’odio, aveva lanciato un incantesimo che aveva reso il suo cuore nero come l’inchiostro, trasformandolo in un mostro avido di sangue. Ricordò perfettamente le parole della strega, ‘Solo il cuore di un Angelo può salvarti’.
Fu proprio ripensando a quelle parole che seppe cosa doveva fare. Non poteva ucciderlo, lo amava troppo, ma doveva porre fine a tutto questo ad ogni costo. Nessun altro doveva morire. Avrebbe fatto il necessario affinché nessun’altra goccia di sangue innocente venisse sparsa: avrebbe sacrificato se stessa. Non era forse questo il compito di un Angelo? Salvare e proteggere ogni più piccola forma di vita?
Si avviò verso l’uscita della caverna. Sebbene la fuga della notte scorsa l’avesse prosciugata di ogni energia, doveva trovare il modo per tornare indietro e cercare Luchas. Il tempo non era dei migliori. Anche se aveva smesso di piovere, le raffiche di vento erano troppo forti; volare era impensabile. Doveva quindi tornare indietro a piedi, fino al bosco in cui si era rifugiata il giorno prima, nella speranza di trovarlo. Le ci vollero parecchie ore per giungere sino al punto in cui Luchas si era nutrito qualche ora prima. L’erba era sporca di sangue misto a pioggia. Del corpo della donna erano rimaste solamente delle ossa sparse qua e là. Rimase impietrita da quella vista. Luchas l’aveva divorata come un animale; un demonio maledetto uscito dalle fauci dell’Inferno, ecco cos’era diventato. Isabelle radunò tutte le ossa che riuscì a trovare e le seppellì, così che non diventassero preda di qualche animale selvatico.
Quand’ebbe terminato, poco dopo mezzogiorno, riprese a camminare in direzione del bosco, quando Luchas l’afferrò inaspettatamente da dietro, bloccandole le braccia e le ali così che non potesse liberarsi, risollevandosi rapidamente verso l’alto.
“Sapevo che saresti tornata indietro prima o poi.” – le disse sorridendo – “Ma non immaginavo che l’avresti fatto così presto.”
“Qualcuno doveva pur rimediare a quello scempio.” – rispose mestamente lei senza tentare di liberarsi.
“Meno male che ci hai pensato tu.” – esclamò ironicamente. Non ottenendo alcuna risposta la strinse un po’ più forte: “Ma come siamo docili oggi.”
“Dove mi stai portando?”
“E’ una sorpresa.”
Isabelle notò il suo tono divertito. Non riusciva a vedere il suo viso, ma sapeva che godeva del fatto di averla colta alla sprovvista. Non aveva idea di dove la stesse portando, ma non tardò molto a scoprirlo. Poco tempo dopo, infatti, Luchas planò in una piccola radura nel bosco, vicino a dove aveva dormito due notti prima. Isabelle la riconobbe immediatamente: c’era passata diverse volte per confondere le sue tracce mentre tentava di sfuggirgli. A pochi metri da terra Luchas mollò la presa e lei, colta di sorpresa, cadde lunga distesa al suolo. Avvicinandosi le scagliò un calcio sul fianco destro, scaraventandola contro uno degli alberi che circondavano la radura. Isabelle alzò lo sguardo verso di lui e vide che sorrideva con freddezza. Di colpo quel sorriso si trasformò in una maschera di rabbia.
“Questo è per lo scherzetto che mi hai giocato l’altra notte. È stata una mossa davvero molto furba, ma non abbastanza.” - e, facendo qualche passo verso di lei, il suo tono divenne ira allo stato puro – “Credi davvero di poter fuggire per sempre da me?”
Isabelle percepì il dolore dietro quelle parole. Il dolore di un condannato. Nei suoi occhi vi si leggevano rabbia e disperazione. Avrebbe fatto di tutto per liberarsi di quella pena. Cercò di rialzarsi, ma lui le si avventò contro, afferrandola per la gola e sbattendola violentemente contro l’albero. Il colpo le tolse l’aria dai polmoni. Sebbene fosse convinta della sua scelta, di morire per ridargli la sua libertà, non poteva non avere paura.
“Dimmi che mi ami.” – sussurrò lui.
“No.”
“Pregami di non ucciderti, supplicami.” – e afferrata una pietra sufficientemente tagliente, ne appoggiò la punta sul petto di lei, premendola sulla pelle e facendola scorrere fin sotto il seno. Dalla ferita iniziò subito ad affiorare il sangue. Lui appoggiò le labbra sul petto di Isabelle, bagnandole con il suo sangue. Quando rialzò la testa, Isabelle lo osservò atterrita, consapevole di ciò che stava per accadere, ma Luchas, dopo aver visto il suo sguardo terrorizzato, avvicinò le labbra alle sue e la baciò. Non avrebbe mai potuto ucciderla. Non ora che aveva scoperto di amarla.
Quando riaprì gli occhi scoprì che Isabelle era sparita. Si voltò a cercarla affannosamente, ma lei non c’era più. Dall’altro lato della radura, su di un masso, sedeva invece la strega che l’aveva maledetto. All’improvviso capì tutto. La strega l’aveva punito per quello che le aveva fatto, togliendogli la persona a cui teneva di più. L’aveva trasformato in un demone non perché la uccidesse, ma perché scoprisse di amarla. Questa era la chiave per liberarsi dalla maledizione. L’unico Angelo che doveva uccidere era se stesso, il suo vecchio ego pieno di superbia. Voltò indietro la testa e costatò che le sue ali erano sparite. Era diventato mortale. Tutti i crimini che aveva commesso gli avevano macchiato l’anima e poiché il suo cuore non era più puro, non aveva più il diritto di essere un Angelo. E gli occhi mortali non erano in grado di vedere gli Angeli. Era questa la punizione che gli aveva riservato la strega: una vita senza la persona che amava.

Isabelle, consapevole dell’amore provava per lei, rimase al suo fianco tutta la vita, invisibile presenza che accompagnava il passare dei suoi anni. Poche ore prima che lui morisse, la strega bussò alla sua porta e, costatato che non aveva mai dimenticato la donna che aveva amato e che amava ancora e la lezione ricevuta, gli concesse la possibilità di vedere Isabelle ancora una volta. Così, quella sera, Luchas chiuse gli occhi per sempre, il sorriso sulle labbra e il cuore pieno d’amore. ​

lunedì 10 agosto 2015

La Piccola Sofia

Sofia se ne stava tranquillamente seduta sul prato, a intrecciare una corona di soffici margherite bianche, aspettando come ogni sera il ritorno di suo padre dai campi.
La famiglia di Sofia era molto povera e si era trasferita in campagna ancor prima che lei nascesse. Suo padre lavorava come contadino nei campi di un suo vecchio conoscente, mentre la moglie faceva da serva presso il parroco del villaggio. Sebbene Sofia avesse solo cinque anni, era costretta a rimanere a casa da sola tutto il giorno. Non c'era nessuno che potesse prendersi cura di lei, poiché i genitori lavoravano continuamente per poter guadagnare quelle poche lire che consentissero loro di sopravvivere.
La piccola rimaneva a giocare in giardino tutto il giorno, mirando i fiori e osservando la vita degli insetti. Adorava vederli volare lontano, chiedendosi dove fossero diretti.
Quando per l'ora del desinare la mamma rientrava, Sofia rimaneva in giardino ad osservare il tramonto intrecciando una coroncina di fiori per il padre, che sebbene fosse tremendamente stanco, la riempiva di baci e carezze per ore.
Un pomeriggio, mentre stava cercando di arrampicarsi su di un albero, Sofia sentì la madre rincasare molte ore prima del previsto. Qualcosa non andava. Il padre si era sentito male mentre stava lavorando, e sua madre doveva correre da lui. La donna prese dalla dispensa due pani, e ne diede uno a Sofia, ordinandole di andare a letto presto, perché domani mattina avrebbe trovato suo padre a casa che aspettava il suo risveglio.
Sofia rimase tutta la sera seduta in giardino, il pane in una mano, e la coroncina di fiori, per metà appassita e sciupata, nell'altra. Attendeva l'arrivo del suo papà.
A mezzanotte, mentre era ancora seduta ad aspettare, sentì nell'aria il profumo di suo padre, e una leggera brezza le accarezzò il viso. Dagli occhi della piccola cominciarono a scendere calde e copiose lacrime. Non ebbe bisogno della conferma della madre l'indomani mattina, sapeva già che suo padre non sarebbe tornato mai più.
Eppure, ogni sera, prima di andare a dormire, Sofia intreccia una coroncina di margherite bianche e le lancia verso il cielo, sperando che suo padre la veda da lassù.

domenica 9 agosto 2015

Nel mio inferno privato

Passeggiavamo sulla spiaggia. Io e lui. Mano nella mano, in un giorno di metà Settembre. Faceva ancora abbastanza caldo. Indossavo un vestito azzurro molto legger, mentre lui portava una maglietta rossa a maniche corte e un paio di jeans chiari. Dopo esserci tolti le scarpe ci sedemmo in riva al mare, ascoltando il rilassante rumore delle onde. Restammo lì abbracciati per circa un'ora, quando lui si alzò per andare a bagnarsi i piedi nell'acqua.
"E' tiepida!" - esclamò sorpreso, e voltandosi verso di me disse: "Facciamo il bagno amore?"
Sorridendo gli chiesi se per caso non fosse impazzito, ma lui si spogliò velocemente, e con addosso solo un paio di boxer azzurri che gli avevo regalato qualche mese prima, corse a buttarsi in mare.
Scuotendo la testa divertita iniziai a disegnare distrattamente sulla sabbia.
Passò un bel po' prima che mi accorgessi che il suono del mare era cambiato e che sembrava forte e minaccioso. Sollevai la testa e vidi che il cielo era grigio e pieno di nuvole pronte a scaricare la loro furia. Preoccupata guardai il mare in cerca di lui, ma non riuscivo a vederlo. Mi avvicinai gridando il suo nome, ma non rispondeva. L'acqua mi accarezzava i piedi, ma non era una bella sensazione. Era agghiacciante. Abbassai lo sguardo e vidi che l'acqua era di un rosso cremisi. Inorridii. Il mare era un'enorme distesa di sangue. Istintivamente feci qualche passo indietro, ma al solo pensiero di lui disperso in quell'orrore, mi gettai in quell'acqua di corsa, senza nemmeno levarmi il vestito. L'odore di sangue mi dava la nausea, ma continuai comunque nella ricerca, sperando di trovarlo sano e salvo. Il tempo sembrava trascorrere lentamente e la mia ricerca sembrava del tutto inutile. Mi sentivo sempre più stanca, e non avevo più la forza di gridare. Respiravo a fatica, respiri brevi e irregolari che scandivano il tempo che ormai era quasi terminato. Le gambe cedettero per la fatica e mi ritrovai sott'acqua, quell'acqua tinta di rosso che mi avvolgeva e non mi permetteva di risalire in superficie. Arrancando riuscii a riaffiorare e a prendere un po' di respiro, ma ero troppo stanca per continuare. Non riuscivo più a sentire il mio corpo che pesante mi trascinava inesorabilmente verso il fondo, e i miei occhi si chiudevano sempre più di frequente. Un tuono. Fu tutto ciò che udii, prima che il mondo diventasse completamente nero e affogassi in quell'abisso di morte che mi attendeva.

sabato 8 agosto 2015

Il Cacciatore d'Anime

Vladimir camminava per le più buie strade di Vienna in cerca di qualche anima da catturare per poi rivenderla al Mercato Nero della stregoneria, in cambio di denaro sporco con cui continuare la sua inutile esistenza. Nulla aveva senso per lui, se non la sua sopravvivenza.
Era odiato da tutti gli Angeli della Morte perché rubava le anime di coloro che non avevano ancora terminato il loro ciclo vitale e le usava per ricavarne del denaro. Erano i custodi delle anime e non tolleravano la gente come lui.
Camminando giunse davanti ad un orfanotrofio e notò una piccola cesta davanti all’enorme cancello di ferro, un orfanello come tanti. Dopo tanto girare a vuoto era riuscito finalmente a trovare un’anima da rivendere. Si avvicinò piano alla cesta e vide due meravigliosi occhi blu che lo fissavano intensamente, quasi volessero scavargli l’anima. La piccola, che avrà avuto appena tre mesi gi sorrise. Vladimir rimase abbagliato da quella splendida bambina, il pugnale magico che utilizzava per catturare le anime gli cadde dalla mano. Non se la sentiva proprio di privare quella bellissima creatura della vita.
“Cosa vedo mai? Il mitico e leggendario Vladimir che trema di fronte ad una piccola bambina indifesa?” – lo derise una voce alle sue spalle.
Vladimir accolse la piccolina fra le sue enormi e muscolose braccia e si voltò. Hjngher, l’Angelo della Morte, con cui spesso si doveva scontrare per sottrargli delle anime, era a pochi metri da lui.
“L’inferno mi reclama dunque? È già giunta la mia ora?” – domandò alzando un sopracciglio.
“Non è te che voglio, ma lei.” – rispose Hjngher indicando la bambina.
“Te lo puoi anche scordare.” – e detto questo tocco la collana di cuoio con un piccolo zaffiro che portava intorno al collo e, aperto un varco dimensionale lo attraversò veloce prima che l’Angelo potesse prenderlo.
Per anni il Cacciatore d’Anime crebbe la bambina come se fosse figlia sua, ed ella divenne ogni giorno sempre più grande e bella. Passarono vent’anni prima che Hjngher tornasse da lui.
Era il giorno del matrimonio di Melinas. Vladimir la osservava da lontano mentre tagliava la torta nuziale con il marito nel giardino della loro villa. Era bellissima. I suoi incantevoli occhi blu brillavano di felicità. Quando vide l’angelo lo raggiunse senza farsi notare dagli invitati.
“Non ti lascerò distruggere questo momento. Non la porterai via.”
“Non è per lei che io sono venuto, Vladimir. È giunto il tempo che tu abbandoni questa vita.”
“No. L’Inferno può aspettare qualche altra ora. Non posso lasciarla così.”
“Ah-hahaha. Nulla mi renderebbe più felice che portarti in quel luogo, razza di cane bastardo.”
“Cosa intendi dire?” – domandò confuso il vecchio cacciatore.
“Intendo dire che quel luogo non ti è più destinato. Il giorno in cui hai salvato quella piccola orfana è stato il giorno in cui hai salvato te stesso.” – Hjngher gli porse la mano sinistra – “La tua anima è candida ora.”
Vladimir sorrise, e dopo un ultimo sguardo alla figlia, seguì Hjngher verso la sua nuova vita.

Il Canto dell'Oblio

Nievs se ne stava seduta su di uno scoglio, intenta ad osservare i riflessi del sole morente sull’acqua
increspata dalle onde. Il vento le scompigliava i corti capelli ramati, mentre il sole faceva risplendere il cerchio d’oro che portava sulla fronte e i bracciali che le proteggevano i polsi. Si scostò una ciocca dal viso, sfiorandosi le orecchie a punta. Il suo volto esprimeva gioia e tristezza allo stesso tempo.
La guerra fra Elfi e Troll si era conclusa un’ora prima con la vittoria del Leggiadro Popolo. Nievs era ancora armata di tutto punto: l’arco, finemente lavorato, nella faretra, insieme ad alcune frecce piumate; la spada le pendeva dal fianco sinistro e riportava inciso sull’elsa un glifo del tutto sconosciuto; una serie di coltelli da lancio legati alla coscia; un lungo pugnale infilato nello stivale destro; e infine un coltello inserito in una cucitura interna del corpetto.
Nievs era completamente immersa nei suoi pensieri. La guerra era iniziata novant’anni prima e lei era giunta lì per uno strano disegno del destino per aiutare gli Elfi. I Troll non dovevano assolutamente vincere o avrebbero stravolto per sempre il mondo così come tutti lo conoscevano riversando odio e disperazione in tutte le creature viventi. Se non avesse usato i suoi poteri, la guerra avrebbe annientato l’intera popolazione Elfica, che rappresentava da sempre custodi viventi dell’antica magia che ancora popolava il mondo. Per questo motivo si era risvegliata dal suo lungo sonno.
Per anni si era introdotta di nascosto nel bel mezzo della notte negli accampamenti militari dei Troll, uccidendone quanti più possibile, distruggendo le loro scorte di cibo e d’indumenti, e cercando in ogni modo di indebolirli. I Troll, superstiziosi com’erano, avevano stupidamente creduto che la valle dov’erano accampati fosse infestata da spiriti malvagi.
Rise a quel pensiero.
Quasi non si accorse che Eldyn era giunto alle sue spalle.
“Nievs? Tesoro, non vieni a festeggiare la vittoria con noi?”
Innamorarsi. L’errore più grande che avesse mai commesso in tutta la sua lunga esistenza. Ma non riusciva proprio a pentirsene, ne era troppo felice. “Fra un momento” – rispose lei.
“Che cosa succede?” – domandò notando la tristezza nella sua voce.
“Nulla” – sussurrò Nievs chinando di lato il capo.
“Che cosa mi nascondi?” – chiese sospettoso.
“Niente, stai tranquillo” – sorrise mesta. Non desiderava lasciarlo, e non desiderava nemmeno andarsene, ma lei non era un Elfo e purtroppo non poteva restare, ora che la sua missione era stata compiuta. Il mondo era salvo, e, per ora, non aveva più bisogno di lei. – “Ti raggiungo subito… amore”.
“Va bene, ti aspetto allora”
“Certo” – esclamò cercando di sorridere.
Lo osservò andarsene. Eldyn era un Elfo magnifico. I suoi occhi erano azzurri come il cielo e i suoi lunghi capelli biondi erano oggi raccolti da un sottile nastro di raso rosso. Era sempre stato un tipo piuttosto solitario. Lei era stata l’unica a far breccia nel suo cuore, e ora non sarebbe stata più nulla per lui.
Tornò a fissare le onde del mare. Nessuno si sarebbe ricordato di lei, ed Eldyn non avrebbe sofferto per la sua mancanza. Si alzò molto lentamente, e gettò le armi nel mare. Una a una, con estrema calma. Poi si spogliò completamente, addosso aveva soltanto i due bracciali e il suo cerchietto d’oro, e osservò nuda il sole che stava iniziando a tramontare. Chiuse gli occhi e inclinò il capo all’indietro, scuotendo i capelli. Il suo corpo si ricoprì di lingue di fuoco. Si lasciò avvolgere, trasformandosi in uno splendido uccello e poi, si alzò in volo e cominciò a disegnare dei cerchi nel cielo.
Pochi istanti dopo la fenice cominciò a cantare. Il suo canto giunse fino alla valle, dove gli Elfi stavano celebrando la loro vittoria. Tutti alzarono la testa in alto per ascoltare quella dolce melodia che poteva appartenere solo ad una creatura così dolce e pura. Il volto di Nievs e il suo ricordo sparirono dalla mente di tutti, compreso quella di Eldyn. Ma sempre egli serbò nel cuore l’amore che sentiva per qualcuno di cui non ricordava più nulla.
E quando la notte giunse con le sue stelle la fenice si ritirò dalla vista del mondo e più non apparve. 

venerdì 7 agosto 2015

Il Lato Oscuro degli Angeli

Candido Angelo,
che sotto raggi di luna
t’innamorasti d’un vile mortale.
Sotto l’oscuro mantello,
come una tenera vergine
gli donasti amore.
Fosti per lui
come morbida creta
su le sue ardenti mani.
Spezzò il cielo
l’urlo tuo disumano,
impercettibile all’umano udito.
Lesta volasti nel cielo
errando per il mondo
come un’anima in pena.
Le bianche e argentee piume,
ferite e grondanti di sangue,
l’odio tinse d’un nero lucente.
In Mirall t’immergesti
facendoti sempre più cupa,
e nessuno mai s’avvicinò alle tue acque.
Riemergesti mutata in spirito e in core,
divenendo dell’anime
l’oscuro mietitore.


Niena era un delicato e fragile Angelo dei Venti dell’Est. Aveva lunghi capelli rossi, due incantevoli occhi verdi e un animo dolce e gentile. Le sue ali erano ricoperte di morbide piume bianche striate d’argento, che rilucevano illuminate dai pallidi raggi della luna. Scendeva spesso fra i mortali, trasformata in un’esile fanciulla vestita con leggero abito di seta azzurra. Quella notte Niena passeggiava sulle sponde del lago Mirall, sotto forma di mortale. Come sempre la luna illuminava il suo cammino. Mentre camminava serena, con i piedi immersi nell’acqua, si accorse di non essere sola. Seduto, sotto ad un vecchio olivo, c’era un ragazzo che la osservava. Niena gli si avvicinò tranquilla e si sedette accanto a lui. Quant’era bello al chiaro di luna. Svek era alto, con folti capelli neri e occhi azzurri che incantavano chiunque, anche un innocente Angelo Celeste. Fino a quando gli occhi di Svek non avevano incrociato i suoi, Niena non aveva mai saputo cosa fosse davvero l’Amore. Aveva visto tanti mortali perdere la testa per esso, e commettere gesti estremi a causa sua. Tredici giorni passarono. Svek e Niena s’incontrarono ogni notte e fecero l’amore sotto l’olivo, dove si erano incontrati. La quattordicesima notte Svek non si fece vedere. Niena l’aspetto preoccupata fino all’alba, quando fu costretta a riprendere le sue sembianze d’Angelo per adempiere i suoi doveri. Mentre vagava pensierosa sopra la città di Imrar, invisibile agli occhi mortali, vide Svek nei pressi delle mura di cinta della città. Fra le sue braccia stringeva una giovane donna, che baciava con ardente passione. Il cuore di Niena venne trafitto da lunghe e taglienti schegge di ghiaccio. Si fermò nel cielo sopra di loro e lanciò un urlo disumano, che le orecchie umane non potevano sentire. Per anni e anni Niena vagò per i cieli del mondo, ma niente riusciva ad alleviare la sua pena. Sulle sue bellissime ali si aprirono tante ferite, da cui il sangue scendeva lento. Le piume divennero lucide e corvine. Un giorno, sorvolando il lago Mirall, si tuffò nelle profondità delle sue acque e li attese. Gli anni passarono e nel suo cuore si addensarono le tenebre. Diciassette anni dopo riemerse dalle acque del Mirall, le ali nere spiegate al vento, vestita con un lungo abito nero. Il cielo ormai non la attirava più. Cercò Svek a Imrar, e quando riuscì a trovarlo gli sottrasse l’anima, e aprì una dimensione in cui riporvela, la Valle Infernale. Sul suo polso destro si tatuò l’Omega, la chiave per accedervi. E fu così che nacquero gli Angeli della Morte.

Pensieri di un Angelo

L’alba era quasi giunta. Il mantello delle tenebre si stava lentamente schiarendo.
Elizabeth Mirtis camminava piano sulla loggia del castello del Barone Riets. Avvolta nel suo lungo abito nero, osservava il cielo divenire sempre più chiaro. La notte lasciava il posto al giorno, l’oscurità si diradava sotto i primi raggi di sole. I primi uccelli cominciavano a volare nel cielo e a cinguettare.
Era quasi ora di andare, il suo lavoro lì era terminato.
Quante anime aveva ormai sottratto? Quante vite aveva già spento?
Abbassò gli occhi sulla rosa rossa che teneva in mano. Un’altra anima da depositare nella Valle Infernale. Quella notte era toccato a Laimė, la nipote del Barone. Non aveva nemmeno sedici anni, ma non poteva essere lei a decidere chi risparmiare e chi invece condannare. Nessuno di loro poteva. Ogni Angelo della Morte doveva obbedire alle regole che da millenni regolavano il loro operato, in caso contrario avrebbero dovuto pagare atroci sofferenze.
Elizabeth era diversa da tutti gli altri Angeli, le anime delle sue vittime non si trasformavano in piume d’argento, come invece accadeva a tutti gli altri, ma in rosse rose pulsanti d’essenza, le cui venature rilucevano d’un rosso sangue, come se fossero desiderose di rimanere vive.
Il suo tocco era gentile, come un vento di primavera che ti sfiora il viso.
Mai nessuno aveva sofferto per mano sua.
Prima di partire si soffermò un momento a pensare alla piccola Laimė.


Elizabeth entrò nella sua stanza quando la notte era ancora nera e silenziosa. La ragazzina dormiva serena nel suo letto. L’Angelo le si avvicinò piano e sfiorandole dolcemente i capelli si sedette sul bordo del letto. Laimė aprì gli occhi, la vide e con voce leggera sussurrò: “Sei venuta a prendermi finalmente mio dolce angelo?”
Elizabeth annuì e un lieve sorriso affiorò sulle sue labbra.
“Mi porterai dalla mia mamma?”
“Sì, tesoro.” – e le baciò delicatamente la fronte.
Laimė chiuse gli occhi e più non fu. L’Angelo l’adagiò dolcemente sui cuscini, le sfiorò il petto e rivolse il palmo della mano verso l’alto.
Fra le sue dita apparve una rosa rossa: l’anima di Laimė.

Elizabeth voltò la testa verso oriente. Sentiva i passi di una donna avvicinarsi tranquilli. Doveva essere la balia della bambina.
Il sole stava sorgendo, e non c’era più bisogno di attardarsi oltre.
Elizabeth chiuse gli occhi e scomparve insieme alle ultime ombre della notte.

L'Ampolla Sacra

Alla foce del fiume Stige si trova un profondissimo lago nero, popolato soltanto da infime creature, demoni acquatici che si divertono a trascinare nell’acqua e a divorare le anime raminghe che, dopo essersi perdute, vagano ignare per le rive del lago. La superficie del lago è così scura e putrida da parere catrame.
Lungo la riva settentrionale del lago si estende un’enorme foresta senza fine. La foresta, come qualsiasi luogo degli Inferi, trasudava un senso di morte e decomposizione. Gli alberi erano completamente secchi, i rami privi di foglie, la corteccia vecchia e nera. L’erba scricchiolava sotto i passi di Sybille. Quello che cercava non era ancora molto lontano, qualche chilometro ancora e l’avrebbe raggiunto.
Improvvisamente sentì dei passi dietro di sé e si apprestò a nascondersi dietro ad uno degli alberi più larghi che costeggiavano il sentiero che stava percorrendo.
Quattro cavalieri al galoppo si fermarono nel punto in cui lei era prima. Si guardarono rapidamente intorno, come se avvertissero la sua presenza, e lei cercò di respirare il più lentamente che poteva.
Era normale che sentissero che c’era qualcosa nell’aria, qualcosa di diverso. Nessuno poteva passare di lì, nemmeno le anime dei defunti, figuriamoci una mortale com’era lei. Anzi, a dir la verità, ai mortali non era nemmeno permesso scendere agli Inferi, ma lei vi era stata costretta. Se voleva salvare il figlio, che era stato contaminato da uno dei cavalieri del dio Ade, doveva recarsi negli Inferi, l’unico luogo che contenesse la cura. E la cura si trovava proprio in quella strana foresta.
Le era costato molto caro raggiungere gli Inferi, ma non aveva trovato altra scelta se non quella. Il solo modo di raggiungere gli Inferi era quello di seguire un’anima appena deceduta, così, dopo aver atteso inutilmente per due giorni che uno dei vecchi del villaggio potesse passare a miglior vita aveva deciso di fare a modo suo. Non appena si era trovata da sola con il più vecchio del villaggio l’aveva ucciso con uno dei più potenti veleni che era in grado di preparare. Non per niente era uno dei più esperti guaritori del suo villaggio. Dopodiché l’aveva seguito e aveva trovato l’ingresso segreto per il mondo dei morti.
Non era stato eccessivamente difficile, o almeno fin lì.
Non poteva farsi catturare ora, ora che era così vicina alla sua meta.
Dopo alcuni minuti i cavalieri persero ogni interesse nello studiare il territorio che li circondava e proseguirono nella loro corsa.
Sybille tornò rapida sul sentiero e cominciò a correre più veloce che poteva, ma dopo un paio di chilometri si fermò di colpo, stupefatta da ciò che vedeva.
Era giunta in una piccola radura. Su di una sorta di piedistallo in marmo vi era una piccola ampolla di cristallo il cui liquido, rosa come i petali di un ciliegio, emanava una sorta di luce che illuminava quel piccolo spazio aperto. Era l’ampolla di Persefone, la moglie di Ade, e conteneva le sue lacrime.
Sybille si avvicinò lentamente e, dopo aver estratto un fazzoletto di lino dalla giacca, aprì l’ampolla e ne versò alcune gocce sul fazzoletto. Dopo aver messo il tappo all’ampolla la rimise apposto, ma inavvertitamente essa cadde e finì in frantumi.
Immediatamente i cavalieri fecero dietrofront e la raggiunsero in pochi attimi. Lei cercò di fuggire fra gli alberi, in modo che i cavalieri avessero qualche difficoltà a dirigere i cavalli. Aveva ormai i crampi alle gambe, ma si costrinse comunque a correre.
Raggiunse le rive del lago, da cui cominciarono ad uscire tentacoli enormi che tentavano di afferrarla, e corse ancora più forte. I cavalieri uscirono poco dopo dagli alberi e si ritrovarono fra i tentacoli delle creature del lago. A nulla servirono i loro sforzi per sfuggirgli, ad uno ad uno vennero trascinati inesorabilmente nelle acque del lago.
Sybille continuò a correre ancora e infine trovò l’ingresso degli Inferi.

giovedì 6 agosto 2015

Tentazione e Debolezza Umane - Il Sentiero della Vita

Cammino a piedi nudi su di una sottile striscia di umida terra, che lunga si estende oltre il nero orizzonte. Dal cielo scuro, pieno di nuvole nere, piovono piccole gocce di sangue. Un vento impetuoso mi sferza il viso e il corpo, ricoperto di una sottile veste, procurandomi penetranti ferite, come da lama di pugnale.
Continuando a camminare su questo stretto sentiero volgo lo sguardo alla mia destra. Un profondo burrone, zeppo di morti viventi che si muovono, si estende infinito. Taluni disperati si strappano i capelli, diversi ricolmi di angoscia cercano di uccidersi ancora e ancora, altri, con le mani scorticate, tentano di scalare l’irto e affilato dirupo cercando di raggiungermi per strapparmi la vita, ma scivolano inesorabilmente verso il fondo, mentre brandelli di pelle cadono dal loro corpo. Alla mia sinistra si delinea un immenso lago melmoso da cui affiorano putride mani che cercano di afferrarmi per le caviglie per farmi inciampare e per poi trascinarmi nel loro abisso. I loro occhi vuoti mi fissano da sotto quella superficie opaca e nauseabonda.
Non posso correre. Non posso fare un passo falso. Devo camminare piano, se non voglio vacillare, cadere e perdere così la mia anima per mano di quelle orrende creature infernali. Ombre sfuggenti sussurrano nel vento, tentando di confondermi. Ma proseguo incurante del pericolo, sorda alle loro voci, senza meta, continuando a seguire quell’unica via che attraversa questo luogo di morte.
No, non posso arrendermi alla paura. No, non ora. Non ora che sono quasi alla fine. Un alto grido penetra l’aria. Una lunga nota acuta lasciata in sospeso, vibrante. Mi tappo le orecchie, ma ormai lei è dentro di me che continua a stridere.
Un passo dopo l’altro mi trascino. Mancano pochi metri. Sono sfinita.
Quell’urlo straziante cessa, sostituito da una voce suadente che mi riporta alla mente dolci ricordi e un senso di pace. “Voltati” - mi sussurra sensuale all’orecchio. È una voce che mi rasserena e mi scalda il cuore. Una voce che mi sembra conosciuta. Tutto intorno a me si fa chiaro e sereno. Dal cielo piovono piccoli petali di rosa e orchidea. Dolci margherite sbocciano sul sentiero rinverdito, insieme a molti arbusti. Il liquido melmoso alla mia sinistra si trasforma in un limpido lago azzurro ricco di pesci colorati e la valle a destra si riempie di folti alberi che formano una vasta foresta. Sorrido felice, senza più traccia di stanchezza. Decido di voltarmi per ringraziare quella dolce creatura artefice di tutto questo.
Ma appena mi volto tutto ritorna buio e minaccioso. L’oscurità si addensa di fronte a me, formando una figura demoniaca, avvolta da un ampio mantello e il viso coperto da una maschera di morte. Con la voce maligna gracchia: “Sei mia!” Un dolore lancinante si sprigiona dal mio petto. Abbasso lo sguardo.
Il sangue scende copioso dalla sua mano che mi ha squarciato il petto e mi ha ghermito il cuore. Ormai non sento più nulla. Non riesco a muovermi. Gli occhi si chiudono da soli, senza che io possa impedirlo. Sento solo molto freddo, il gelo della morte che avanza e poi…

… e poi più nulla!