Visualizzazione post con etichetta horror. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta horror. Mostra tutti i post

mercoledì 28 ottobre 2015

Bloody Mary

Tra 50 metri, girare a destra.
Girare a destra.

«Stupido navigatore! Non c’è nessuna strada a destra» esclamò Dylan lanciando un’occhiata furente al display dell’apparecchio. «Te l’avevo detto che era meglio festeggiare Halloween con un bel pigiama party a base di film horror e popcorn» si lamentò Holly.
«Ma Sean ha organizzato una festa nella sua casa al lago» disse Dylan, accostando la macchina sul ciglio della strada.
«Tanto lo so che vuoi andarci solo perché ci sarà anche suo cugino Matt» sghignazzò l’amica, «Piuttosto… dove siamo finite?»
«Non lo so. Questo coso ha scelto il momento sbagliato per scaricarsi».
«Beh, tira fuori il caricabatteria».
«Ehm… l’ho dimenticato a casa» rispose Dylan mordendosi il labbro.
«Meno male che hai la testa attaccata al collo o dimenticheresti anche quella» disse Holly tirando fuori il cellulare. Infastidita lo gettò di nuovo nella borsa. Non c’era campo.
«Proviamo ad andare avanti» propose Dylan, ma l’auto sembrava essere di un altro avviso.
«Perfetto» sbottò Holly, «Bloccate in una strada deserta, circondate dalla nebbia. Un’atmosfera perfetta per la notte di Halloween».
«Dai, Holly! Mi dispiace, okay?»
«Immagino che qui non passi anima viva. Sarà meglio uscire e cercare un’abitazione, così potremmo farci venire a prendere. Ah! Mi devi una serata con film e popcorn. Sappilo!»
«Certo» disse Dylan con un ampio sorriso, «Anche due».
Le ragazze uscirono dall’auto e si incamminarono lungo la strada deserta, delimitata da campi. Camminarono per circa mezz’ora quando videro un edificio sulla sinistra.
«Proviamo lì» suggerì Holly.
«Non sembra una casa» obiettò Dylan.
«Ma avrà senz’altro un telefono, no?»
Titubante, Dylan la seguì.
«È una scuola» disse.
«Era, vorrai dire» precisò Holly, indicando il lucchetto arrugginito che chiudeva il cancello.
«Andiamo via Holly. Questo posto mi dà i brividi».
«Non essere sciocca, cucciola» la rimproverò dolcemente, «Ci sarà sicuramente un telefono là dentro. Se siamo fortunate funziona ancora».
«Ma come facciamo ad entrare?»
Holly le fece l’occhiolino e sferrò un calcio al lucchetto che cedette senza problemi.
«Voilà» disse lei spalancando il cancello.
L’edificio era vecchio e fatiscente, probabilmente abbandonato da molti anni. Una ventina constatò Dylan guardando le foto dei diplomi appesi nell’atrio.
Mentre camminavano attraverso uno dei corridoi della scuola, Holly strinse il braccio di Dylan.
«Ehi, guarda. Lì c’è un bagno. Entriamo dai, devo controllare i capelli» disse Holly.
«Eh?»
«Con tutta l’umidità che c’è fuori di sicuro sembrerò un clown. Non posso mica presentarmi alla festa con i capelli in disordine» puntualizzò.
Holly spinse la porta del bagno e puntò dritta verso lo specchio. Dylan la osservò guardarsi allo specchio e controllare che i suoi lunghi capelli castani non fossero fuori posto. Lei non provò nemmeno a sistemare i suoi ricci, che come al solito se ne stavano ognuno per conto proprio.
«Credi nel soprannaturale Dylan?» sussurrò Holly all’improvviso, guardandola attraverso lo specchio.
«No, penso ci sia sempre una spiegazione razionale dietro ogni cosa» affermò.
«Ti andrebbe di provare a fare una cosa?»
«Cosa?» domandò Dylan.
«Proviamo a invocarla» disse Holly entusiasta.
«Chi?»
«Bloody Mary. Si dice che se pronunci il suo nome tre volte davanti ad uno specchio lei apparirà», le spiegò e, vedendo il volto scettico dell’amica, aggiunse «Se hai ragione non dovrebbe succedere nulla, giusto? Avanti».
«Se ci tieni tanto» e si mise di fianco a lei.
Le due amiche ripeterono quel nome per tre volte, ma nulla accadde.
«Quanto sei credulona, Holly» la prese in giro, allontanandosi in direzione della porta. Delusa, Holly fece per seguirla, quando una sagoma vestita di bianco apparve sullo specchio. Prima che potesse aprir bocca il vetro dello specchio esplose all’improvviso, facendo voltare Dylan.
Tutto quello che la ragazza vide fu il corpo di Holly scivolare a terra. Un frammento di vetro conficcato alla base del collo. Il sangue iniziò a uscire copioso dalla ferita e a riversarsi sul pavimento del bagno, mentre il corpo sussultava. Terrorizzata, Dylan arretrò mentre un leggero scampanellìo risuonava per la stanza. Spostò lo sguardo dal corpo senza vita di Holly e i suoi occhi si fermarono sui frammenti dello specchio sparsi sul pavimento. In ogni frammento un paio di occhi neri la fissavano.
Uscì di corsa dal bagno, consapevole che qualcosa o qualcuno la stava seguendo. Corse veloce lungo il corridoio verso l’uscita. Stava quasi per attraversarla quando il piede inciampò su di un cavo facendola cadere.
«STOOOOOOOOOOOP!» urlò una voce.
Le luci si accesero all’istante e un uomo le si avvicinò aiutandola ad alzarsi.
«Tagliate questa scena. La rigireremo da capo domani e tu, cerca di stare più attenta Anna».
L’attrice si spazzolò i jeans e si scostò una ciocca dal viso, scusandosi. Non aveva proprio notato quel cavo.
Dopo che il regista diede loro qualche indicazione per il giorno seguente, lei e Sabrina si avviarono verso il loro camerino. Erano state davvero brave quel giorno e il regista sembrava davvero contento di aver scelto loro fra tante ragazze che si erano presentate ai provini per le parti di Dylan e Holly.
Mentre si rivestivano e si truccavano davanti allo specchio, preparandosi per uscire con alcuni membri della troupe, un leggero scampanellìo attirò la loro attenzione. Sabrina si voltò verso Anna che, credendo che si trattasse di uno scherzo aprì la porta e lanciò un’occhiata fuori, ma non c’era nessuno. Richiudendo la porta sentirono un leggero sussurro che si ripeteva, come una litania.
Bloody Mary. Bloody Mary. Bloody Mary.
Il grido strozzato di Sabrina richiamò la sua attenzione e Anna si voltò verso lo specchio dal quale grondava sangue. Cercarono di uscire dalla stanza ma la porta sembrava bloccata. Si girarono verso lo specchio.
Una sagoma bianca dagli occhi neri le stava fissando.
L’ultima cosa che sentirono furono le sue dita fredde stringere i loro cuori.

venerdì 18 settembre 2015

L'ultimo spettacolo


«Non riesco a credere di essermi fatta convincere a venire in questo postaccio». Giada osservò il cinema semideserto e storse il naso. Quel posto era orribile e puzzava tremendamente di pop corn. Era un vecchio cinema particolarmente datato, probabilmente risalente agli anni cinquanta.
«Ma quale postaccio! Io lo trovo incantevole. Sembra quasi di essere tornate indietro nel tempo, non trovi? E poi il biglietto costa solo cinque euro». Erica era raggiante.
«Ora capisco tutto. Sei la solita taccagna! Cosa non faresti per risparmiare anche un solo centesimo» borbottò Giada seccata, lanciandole un'occhiataccia. Lei ed Erica erano amiche da sempre e Giada non ricordava una sola volta in cui l'amica non si fosse preoccupata del denaro. Ormai ci aveva fatto l'abitudine, ma quella volta Erica aveva davvero esagerato: quel cinema cadeva a pezzi. La moquette era lurida e in alcuni punti scollata e il barista, dietro il piccolo angolo bar, era così vecchio che Giada si domandò se sarebbe riuscito ad arrivare a fine serata.
«Dai, Giadina. Non dovresti giudicare un libro dalla copertina. Proiettano dei film nuovissimi a poco prezzo. Non puoi negare che i cinema moderni costino un occhio della testa».
"Sì, ma almeno sono più puliti di questo posto. Speriamo di non prendere i pidocchi", pensò Giulia, guardando disgustata la bottiglietta d'acqua che aveva appena comprato. Era tutta appiccicosa. «Faccio un salto il bagno prima che cominci il film».
«Okay, tesoro, ma vedi di sbrigarti. Il film comincia tra dieci minuti. Io ti aspetto in sala».
«Sì, tranquilla. Farò in un lampo». 
Giada aprì la porta della toilette, la cui targhetta sembrava stare appesa per miracolo, e non poté fare a meno di guardarsi intorno disgustata. Il bagno, se possibile, era in condizioni peggiori del resto dell'edificio. Possibile che i proprietari si preoccupassero così poco della pulizia e della manutenzione di quel posto? Eppure sarebbe bastato così poco per renderlo un cinema degno di questo nome. Era un vero peccato!
Si avvicinò all'unico lavandino presente e aprì il rubinetto, ma quello gorgogliò rabbioso in risposta, rifiutandosi di funzionare. Giada sbuffò pensando a Eva. Avrebbe dovuto seguire il suo esempio. Aveva dato loro buca sostenendo di non sentirsi troppo bene, ma lei sapeva che l'aveva fatto per paura di finire in un posto di dubbio gusto proprio come quello.
Mentre stava guardando sconsolata il rubinetto che continuava a lamentarsi, la luce iniziò a sfarfallare, aumentando così la sua irritazione.
«Certo!» sbottò lei, alzando gli occhi al soffitto. «Non vedevo proprio l'ora di rimanere da sola al buio in questo schifo di posto».
«E chi ha detto che sei sola?» sibilò una voce davanti a lei, raggelandola.
Spaventata, Giada abbassò gli occhi e fissò lo specchio sopra al lavandino, dove il suo riflesso la stava guardando con un'espressione sardonica stampata in faccia. Vide i suoi occhi accendersi di rosso, mentre la pelle sembrava invecchiare e sgretolarsi velocemente, rivelando ciò che vi si trovava al di sotto. La ragazza cercò di fare un passo indietro terrorizzata, ma la figura dall'altra parte dello specchio si sporse in avanti e l'afferrò per le braccia ridendo. «Non puoi sfuggirmi cara. Hai firmato la tua condanna a morte quando hai oltrepassato la soglia di questo posto».  

Erica si guardò intorno e notò che la sala era completamente vuota. Era strano che le persone snobbassero quel posto forse un po' vecchiotto, ma che proponeva comunque i film più recenti.
"Meno male che l'ho scoperto", sorrise fra sè sistemandosi a sedere, "Ottimi film a poco prezzo: è il posto giusto per me. Se poi c'è poca gente, meglio! Almeno potremmo vedere il film in pace".
Pochi minuti dopo le luci si spensero e lo schermo iniziò a proiettare vecchie pubblicità. Approfittando dell'oscurità, Erica aprì la borsa ed estrasse il sacchetto di popcorn che aveva preparato a casa prima di uscire. Che male c'era a voler risparmiare un po'?​ Meno male che Eva non c'era, altrimenti l'avrebbe di sicuro presa in giro.
Mentre aspettava l'inizio del film iniziò a mangiucchiare un popcorn dietro l'altro. Le pubblicità erano in bianco e nero, dando al cinema un'aria retrò che non le dispiaceva affatto.
Sentì la porta della sala aprirsi e si girò per fare segno a Giada, che avanzò lentamente nella sua direzione. Ce ne aveva messo di tempo! La pubblicità era ormai terminata e uno di quei vecchi countdown cinematografici era apparso sullo schermo, avvisando che mancava solo un minuto. Presto il film sarebbe iniziato, non vedeva l'ora!
«Sei arrivata giusto in tempo, il film sta per iniziare» bisbigliò a Giada, che nel frattempo si era seduta vicino a lei. «Sei arrabbiata con me per questo posto? Sei così strana».
Mentre il countdown scandiva gli ultimi dieci secondi, Erica si voltò in direzione dell'amica e incontrò i suoi occhi vitrei che la fissavano. Giada sorrise scoprendo i denti e si afferrò i capelli con una mano e tirò. La testa si staccò dal resto del corpo con un colpo secco e Erica urlò con tutto il fiato che aveva in gola, mentre i popcorn si riversavano per terra, rotolando sotto i sedili. 

Il barista abbandonò la sua postazione e si diresse verso la sala, zoppicando leggermente. Era ora di chiudere, mancava solo un'ora all'alba.
«Hai finito di giocare con quelle due?» urlò, dopo aver aperto la porta della sala.
Una risata sinistra riempì l'aria e Giada, con la testa sotto il braccio, si avvicinò al vecchietto.
«Sempre il solito guastafeste. Non ci si può mai divertire quando ci sei tu nei paraggi» sbuffò la testa, roteando gli occhi in tutte le direzioni.
«Mi pare che ti sia divertito anche troppo» sospirò il barista, indicando la testa con cui il corpo di Giada stava giocherellando. «Muoviti, forza. Dobbiamo andarcene».
«E' un vero peccato, mi piaceva questo posto».
«Siamo rimasti qui troppo a lungo, dobbiamo cambiare città se non vogliamo dare troppo nell'occhio. Vedrai che troveremo un altro vecchio cinema come questo. Il mondo ne é pieno».
Si spostarono verso l'entrata e il barista si aprì la camicia, voltandosi verso Giada. Il corpo della ragazza cadde sul pavimento e la testa scivolò giù dai gradini, rotolando verso il bar. Un fumo nero uscì dalle sue labbra e lo spettrò si allontanò da lei, penetrando dritto nel petto del vecchio, mentre i suoi occhi si coloravano d'un rosso acceso.
«Tra poco ce ne andremo. C'è solo un'ultima cosa da fare».  

Erano ormai le quattro del mattino quando Eva tornò finalmente a casa, dopo aver trascorso la serata in discoteca in compagnia di alcuni amici di suo fratello. Prima di addormentarsi controllò il cellulare, ma non c'erano messaggi.
"Forse le ragazze se la sono un po' presa. Probabilmente ho fatto male a dar loro buca per l'ennesima volta." pensò, mentre apriva Whatsapp e lasciava un messaggio per Giada, prima di addormentarsi.

Il mattino seguente, Eva guardò di nuovo il cellulare, ma si accorse che il messaggio non era arrivato a destinazione. Preoccupata, provò a chiamare Giada, poi Erica, ma entrambi i loro cellulari erano spenti. Tentò allora di telefonare alla mamma di Giada e questa, agitata e balbettante, le riferì che le due ragazze non erano ancora rientrate a casa. 

Ventiquattr'ore dopo, Eva parcheggiò la macchina vicino al cinema che Erica le aveva suggerito qualche giorno prima. Aveva provato a convincere la polizia che le due ragazze erano andate lì quella sera, ma nessuno le aveva creduto, sostenendo che si trattava di un vecchio cinema chiuso ormai da decenni.
Eva scese dall'auto e si avvicinò, osservando l'insegna posta sopra l'entrata. Sotto strati di polvere si poteva ancora leggerne il nome. Cinema Eden. Appoggiò una mano sulla porta, che si aprì cigolando, e Eva non poté fare a meno di reprimere un brivido involontario.
"Probabilmente la serratura era difettosa", si disse, mentre entrava in quello spazio buio, facendosi luce con il flash del cellulare.
La prima cosa che vide fu il corpo senza testa di Giada, che giaceva riverso sulla schiena. Si tappò la mano con la bocca e si voltò per fuggire ma la porta alle sue spalle si chiuse, facendo scattare la serratura. Per quanto Eva cercasse di tirarla, quella non aveva nessuna intenzione di aprirsi.
«Sapevo che saresti venuta a cercarle» sghignazzò una voce alle sue spalle. «Lo sapevo e sono rimasto qui apposta ad aspettarti. Sei contenta?»
Eva strinse il cellulare e si voltò, sollevandolo per cercare il proprietario di quella voce ma tutto ciò che vide furono soltanto due occhi rossi. 

domenica 30 agosto 2015

Killer d'Inchiostro

L'ispettore Mancini parcheggiò l'auto davanti ad una palazzina arancione, poco distante da Prato della Valle. Facendosi largo tra la piccola folla che si era radunata lì davanti, riuscì finalmente ad entrare e si rivolse al poliziotto che stava interrogando gli inquilini del piano terra.
«Ehi, Ricci! Che succede?»
«Buongiorno ispettore, la stanno aspettando, sono al quarto piano».
L'ispettore si guardò intorno e sbuffò. Nessun ascensore, sarebbe stato costretto a salire a piedi. Maledicendosi per tutti i chili accumulati negli ultimi mesi, iniziò a salire controvoglia le scale. Una volta raggiunto il quarto piano era quasi senza fiato. Uno dei suoi colleghi, l'ispettore Vincenzi, gli si avvicinò mollandogli una pacca sulle spalle: «Non vorrai mica dirmi che il grande ispettore Ettore Mancini si fa mettere ko da quattro scalini, vero?»
Ettore si limitò a guardarlo in cagnesco.
«Era ora che arrivassi», disse l'altro facendosi serio, «La situazione sta degenerando. E' già il quarto questa settimana».
«Stessa dinamica?» volle sapere Ettore.
«Identica», confermò «Omicidio a porte chiuse. Nessuna impronta. La vittima, come sempre, è uno scrittore, appartenente a una di quelle community dove si scrivono libri e racconti condivisi attraverso la rete. La causa del decesso è sempre la stessa: soffocamento».
«E scommetto che l'autopsia rileverà la presenza di inchiostro nella trachea».
Ettore esaminò lo studio, la scena del crimine. Guardandosi intorno osservò la cura maniacale con cui ogni libro e ogni soprammobile erano disposti sui loro scaffali. I libri erano tutti precisamente allineati, dal più grande al più piccolo. Il corpo, mollemente adagiato sulla poltrona, stonava con l'ordine rigoroso e la precisione che regnavano nella stanza. Il computer, ancora acceso, era posizionato al centro esatto della scrivania, e il puntatore continuava a lampeggiare su di una pagina bianca.
Sollevando gli occhi, Ettore notò l'agente Tognon che ispezionava accuratamente le finestre.
«Sono chiuse, Guido» esclamò Ettore.
«Eppure l'assassino deve essere entrato in qualche modo», rispose lui senza guardarlo.
«Trovato niente?» lo stuzzicò.
«Niente», rispose Guido alzando le spalle, «Mi arrendo».
«Ehilà, Guido!» lo salutò Vincenzi, «E' meglio che stai attento, sai?»
«Cosa intendi dire?» domandò Ettore incuriosito.
«Non lo sai? Anche il nostro caro Guido si diverte a scrivere racconti in uno di quei siti».
«Solo come passatempo, niente di più» rispose imbarazzato.
Troppo occupati a prendersi gioco di lui, i due ispettori non si accorsero che un'ombra nera come l'inchiostro si era staccata dalla scrivania e stava scivolando lentamente verso di loro, fino a raggiungere l'ombra di Guido e a fondersi con essa. L'agente fu percorso da un brivido freddo.
I tre uomini sigillarono l'appartamento e si avviarono verso il ristorante più vicino.​ 

Una volta tornato a casa, Guido si sdraiò sul divano e accese la tv. Si sentiva irrequieto e non faceva altro che saltare da un canale all'altro. Aveva una strana sensazione, probabilmente quel caso così strano lo aveva scosso più di quanto pensasse. Accese il portatile e andò a farsi una doccia per sciogliere la tensione accumulata per colpa di quel caso. Mentre canticchiava sotto la doccia, l'ombra ne approfittò per scivolare via da lui e, raggiunto il soggiorno, scivolò all'interno del computer.
L'agente si avvolse l'accappatoio intorno al corpo, tornò a sedersi sul divano e afferrò il computer dal tavolino lì davanti. Gli era venuta una bella idea per un racconto comico, un racconto che avrebbe avuto come protagonisti Vincenzi e Mancini, giusto per prendere due persone a caso. Guido sorrise. Gliel'avrebbe fatto trovare l'indomani mattina sopra la scrivania. Le sue dita volteggiavano frenetiche sulla tastiera. In meno di un'ora il racconto era terminato. Guido cliccò sul tasto 'salva', ma le parole scomparvero dalla pagina.
«Maledizione!» imprecò, fissando il puntatore che lampeggiava sulla pagina ormai vuota. Prima che potesse battere un solo tasto, sulla pagina iniziarono ad apparire dei trattini.
«Che ca...» mormorò Guido, continuando a fissare lo schermo, stupito e sopreso.
Una volta che il messaggio fu completato, un brivido gelido corse lungo la sua spina dorsale.  

 *** TU ***
*** SEI ***
*** IL ***
***PROSSIMO***


Guido continuava a fissare quelle quattro parole, incapace di proferire parola. Scuotendo la testa, cercò di persuadersi che era solo uno stupido scherzo. 'Probabilmente quei due idioti si sono introdotti nel mio computer per farmi uno scherzo', si disse, ma sentiva che non era così. Il senso di inquietudine che l'aveva accompagnato per tutto il giorno s'intensificò, trasformandosi in terrore. Posò la mano sullo schermo per chiuderlo, quando una voce bassa e graffiante lo fermò:
«E' inutile. Non puoi ssssssscappare».
«Chi sei?» gridò l'agente allarmato, afferrando la pistola che aveva lasciato prima sul tavolino.
«Non ti ssssssssservirà» sibilò la voce.
«Chi sei?» ripeté di nuovo.
«Guarda lo ssssssschermo».
Guido posò lo sguardo sulla pagina, in attesa. Le parole sullo schermo evaporarono in sottili spirali di fumo nero come la pece, condensandosi di fronte ai suoi occhi in una sorta di nube dalla forma vagamente umana. L'agente aprì la bocca per urlare e l'ombra gli si fiondò rapida giù per la gola.
Guido, paralizzato dal terrore, non riusciva a muovere un muscolo.
«Ecco chi sono» sussurrò la creatura.
La mente di Guido venne attraversata da ricordi che non gli appartenevano. Vide un vecchio seduto dietro un bancone, lo sguardo sconsolato che osservava la sua libreria costantemente deserta, le lacrime che gli rigavano il viso. Sentiva la sua disperazione e il suo sconforto. Era un piccolo editore, a cui nessuno si affidava più. Da quando erano nati quei siti in cui era possibile pubblicare i propri racconti e condividerli con il resto del mondo, più nessuno sembrava avere bisogno di lui. E perchè mai? Ormai c'erano gli ebook, stampare un libro non serviva più. Il vecchio prese in mano uno dei libri che c'erano sul bancone, lo aprì e annusò il profumo della carta stampata e dell'inchiostro. Ripose il libro al suo posto e si avviò verso la stampante.
'Maledetti bastardi, giuro che troverò un modo per farvela pagare. Vi credete grandi scrittori. Pensate di non avere più bisogno di noi, ma la pagherete cara!'
Il vecchio staccò il cavo della stampante e vi ci si arrampicò sopra, facendo passare il cavo sopra una delle travi di legno del soffitto, formando un cappio. Dopo avervi infilato la testa il vecchio mise un piede in avanti e si lasciò cadere. Il cavo, tendendosi, gli ruppe l'osso del collo.
I ricordi svanirono e l'ombra sibilò: «Voi mi avete ucciso, e ora io vi ucciderò! Uno dopo l'altro».
Boccheggiando, Guido cerco di alzarsi, ma la creatura lo teneva incollato al suo posto. La mano che impugnava la pistola si strinse sempre di più intorno al grilletto, finchè non partì inavvertitamente un colpo. Il viso di Guido cambiò colore, da rosso divenne quasi blu e, con un ultimo rantolo, i suoi polmoni cedettero.

Avvisati da uno dei vicini che aveva udito lo sparo, Ettore e l'ispettore Vincenzi sfondarono la porta dell'appartamento di Guido e lo trovarono lì, seduto sul divano, il portatile ancora appoggiato alle gambe e la testa leggermente inclinata all'indietro. Gli occhi erano spalancati dal terrore. Mentre l'altro ispezionava l'appartamento in cerca di qualche indizio, Ettore si avvicinò al cadavere e gli chiuse gli occhi. Il suo sguardo si posò sul computer e fu allora che vide un'ombra dirigersi verso l'uscita. 'Impossibile', si disse. Quando uscì dalla porta per accertarsi di ciò che aveva visto, l'ombra era ormai scomparsa.
Nel frattempo l'ombra penetrò nel computer della stanza accanto, insinuandosi all'interno della rete Internet, alla ricerca della sua prossima vittima. L'ombra scrutò i vari profili di scrittori che la rete le offriva e scelse la sua nuova vittima.




Fossi in te, caro Lettore/Scrittore, io starei attento, perchè, prima o poi, lei ti troverà. La prossima vittima...





*** POTRESTI ***
*** ESSERE ***
*** PROPRIO ***
*** TU ***


venerdì 28 agosto 2015

Amicizie Virtuali

Scrivere all'interno di una community o anche su un blog ti permette di conoscere gente nuova, diversa e spesso con interessi comuni. E' stato così che ho conosciuto tante persone con cui ho stretto amicizia nel corso degli anni (anche se la maggior parte delle volte solo virtualmente). 
Grazie a 20Lines, l'anno scorso ho conosciuto anche una simpatica ragazza di nome Adriana. Diversamente da me, che preferisco il genere fantasy in ogni sua sfaccettatura, Adriana ha iniziato scrivendo racconti e romanzi rosa. Ci siamo conosciute in un periodo un po' particolare: mancava una settimana alla mia laurea, mentre lei si era laureata solo qualche giorno prima. Quell'estate 20Lines aveva organizzato un concorso di racconti horror scritti a più mani, ho notato l'incipit che aveva scritto e ho provato a continuarlo. Ed è così che è cominciato tutto.
Da allora il mio modo di scrivere ha subìto parecchi cambiamenti; oserei dire che ci siamo influenzate a vicenda. Talvolta i miei racconti assumevano dei caratteri più realistici mentre alcuni dei suoi si tingevano di note fantasy.

Oggi voglio lasciarvi alcuni dei suoi racconti in cui è presente un mio piccolo contributo: i primi tre sono horror, mentre l'ultimo è romantico.
Spero vi piacciano! 
Buona Lettura!!!


Under the Bed

I coniugi Thompson si erano appena trasferiti con i loro figli in un piccolo villino poco distante da St. Louis. Avevano sempre desiderato potersi allontanare dalle grandi città piene di smog e di traffico per ritirarsi in qualche paesino tranquillo dove i loro figli potessero vivere sereni e in salute. Avevano passato l'intera giornata a scaricare scatoloni e a cercare di mettere in ordine ciò che contenevano. Era stata una giornata lunga e pesante, ma alla fine erano riusciti a trovare posto per ogni cosa, bastava solo ricordare dove.
Mentre i genitori stavano mettendo a soqquadro la cucina alla ricerca delle pentole per preparare la prima cena nella nuova casa, i loro figli, di sei e undici anni, stavano giocavano in soggiorno. Jared si divertiva moltissimo a spaventare il fratellino raccontandogli storie paurose: «Lo sai Kyle», sussurrò, «che papà ha comprato questa casa perchè non la voleva nessuno? Lo sai perchè? Perchè è una casa stregaaaaaaaaaaata».
«Non è vero. Stai dicendo una bugia»
«No. Me l'ha detto lo gnomo che sta in giardino. E mi ha anche detto che quando i bambini piccoli come te vanno a dormire, il mostro che vive sotto il loro letto si sveglia e mangia loro le dita dei piedi», e già pregustava il momento in cui lo avrebbe spaventato, nascondendosi sotto il suo letto quella sera.
«Non è vero» piagnucolò Kyle, «sei un bugiardo, lo dico alla mamma. MAMMAAAAAAAAA!!! Jared mi racconta cose brutte».
«Jared! Quante volte ti ho detto di non spaventarlo così?!» lo sgridò la madre.​

martedì 25 agosto 2015

Il Caso "Frankenstein"

«Mi dica solo perchè» sibilò Giulio in preda alla collera.
«Sovraintendente Lombardi, si calmi. Il caso "Frankenstein" le è stato affidato per errore, ecco perchè», rispose il commissario, «L'ispettore Marchese è più qualificato. Ora, se vuole scusarmi, ho un impegno urgente», e detto questo uscì veloce dalla stanza.
Giulio aveva tutto il diritto di essere furioso. Il caso "Frankenstein" era il caso più importante di cui il distretto si fosse mai occupato. Non c'era giornale o notiziario che non parlasse del serial killer che da circa sei settimane terrorizzava la città. Cinque omicidi, tutti verificatisi di martedì, e nessuna impronta, ma la cosa più assurda era che ogni volta il killer portava via con sé una parte della sua vittima. Una volta un braccio, un altra un orecchio, poi il fegato, un cuore e infine un piede. Per questo motivo era stato etichettato come "Dr. Frankenstein".
«Sei riuscito a farti restituire il caso?» gli domandò la sua assistente.
«Ti sembra forse che io sia contento?» sbraitò lui di rimando.
«In effetti no».
«L'ha affidato a Marchese. Quell'idiota sa a malapena mettere un piede davanti all'altro. Figuriamoci se è in grado di risolvere un caso del genere».
«Potremmo sempre investigare per conto nostro» suggerì lei sorridendo.
«Questa sì che è un'idea geniale, Valentina! Allora... andiamo!» disse lui infilandosi la giacca.
«Perchè?»
«Perchè oggi è martedì». 

lunedì 24 agosto 2015

A tutto Horror

Devo dire che l'horror è un genere piuttosto intrigante e dalle molteplici sfaccettature. Mi affascina soprattutto il fatto che, proprio come il genere fantasy, l'unico limite è quello imposto dalla nostra stessa immaginazione.
Per gli amanti di questo genere, nei prossimi giorni proporrò alcuni racconti scritti a più mani insieme ad altri autori della community di 20Lines. 

Buona lettura a tutti!

La Morte Danza con Me

«Ma ti ha forse dato di volta il cervello, Sarah?»
«Oh mio dio, Alexander! Non crederai mica a quelle ridicole storie, spero» sbottò, appoggiando le mani sui fianchi.
«Non puoi dare una festa nel vecchio castello di famiglia» replicò irritato.
«Perchè ci sono i fantasmi?» lo derise lei.
«Io non ho parlato di fantasmi, ma di sicuro c'è qualcosa di sinistro lì» obbiettò Alexander.
«Dai Alex, non fare il guastafeste. Il ballo in maschera si terrà nel salone principale, lontano dall'ala ovest. Così nessun mostro potrà farti del male».
Lui le lanciò un'occhiata gelida, ma non poteva non sentirsi sollevato. L'ala ovest era bruciata secoli prima in un incendio che aveva quasi sterminato tutti i suoi antenati e da allora era sempre rimasta chiusa. Tuttavia, quando tre anni prima erano andati a visitare il castello con l'intento di restaurarlo, Alexander era stato preso da uno strano presentimento, come se quella porta non dovesse mai venire aperta.
«La mamma non ti permetterà mai di organizzare una festa lì» disse Alex.
«E invece sì», rispose allegra, «in fondo diciotto anni si compiono una volta sola. Quindi prepara i bagagli, domani partiamo per la Scozia».
Mentre Alex si allontanava infuriato, convinto di riuscire a persuadere la madre a cambiare idea, Sarah prese il cellulare e compose il numero della sua migliore amica:
«Ciao Sophie! Ricordati di portare la torcia. Dopo la festa ho intenzione di visitare l'ala ovest, ti va? Sì, esatto. Andremo a caccia di fantasmi». 


Attenzione!!! Il seguente racconto presenta due diversi finali.